RECENSIONI \ Death - The sound of perseverance

Gli abissi dell' esistenza

di Ilaria Battistella
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The sound of perseverence album cover L’ intimo segreto del death metal è celato in The sound of perseverance, capolavoro per quanto riguarda potenza, espressività e contenuti che deve la sua anima al grande Chuck Shuldiner (chitarrista e cantante della band, deceduto il 13 Dicembre 2001 a causa di un tumore, contro il quale ormai da anni combatteva). I Death nascono in Florida nel 1983 ed i continui cambiamenti di line up certamente contribuiscono a creare quel sound che li consacra successivamente tra i più celebrati esponenti del genere; la formazione di The sound of perseverance (1998 Nuclear Blast) vede inoltre la presenza di Shannon Hamm (chitarra), Scott Clendenin (basso) e Richard Christy (batteria).
La potenza e la ritmica impazzita dell’ opener Scavenger of human sorrow ammalia l’ ascoltatore dalle prime note: il brano è di grande impatto e colpisce per i suoi sperimentalismi (presenti in tutto l’album); Chuck riversa tutta la sua disperazione riflettendo sul concetto di male: “…Quale dolore porterà a soddisfare il tuo ammalato appetito…Dietro il dolore troverai un essere che si ciba dell’ umana sofferenza…”. L’ alternanza di accelerazioni improvvise e riff più lenti, che mantengono comunque un sound pesante, fanno di questa traccia l’ essenza dell’ intera opera.
Bite the pain, tutta giocata su potentissimi riff di chitarra e ritmiche di batteria ossessive, tratta il tema dell’ apparenza, e di come forse Chuck tentasse di nascondere la sua debolezza per non soffrire: “…Guarda il corpo, potresti non vedere tracce di ferite, ma negli occhi, gli occhi dello spettatore, uno non può fingere…Nessuna goccia di sangue è versata, ma tu sai quanto sanguina, diffida dell’ arma affilata chiamata esistenza umana…”.
La terza canzone è Spirit crusher, che partendo da una ritmica di basso scatena tutta la sua forza lacerante, la crudeltà dello “spirito distruttore” appunto, che “…Viene dalle profondità di un posto sconosciuto al custode dei sogni…” e se “… potesse allora ruberebbe il sole e la luna dal cielo…quando sarà ora di sfamare completamente il bisogno di consumare un respiro…”.
Story to tell, dai riff di chitarra inizialmente classicheggianti acquista maggiore incisività nel suo svilupparsi, ricco di cambiamenti di ritmo e di impeccabile tecnica (il finale è geniale!). Dal testo, dolorosamente rassegnato, traspare l’ esperienza di un uomo in rovina, che ha compreso la verità prima di altri e che si disintegra nella sua consapevolezza: “…Vagando tra le vite, penetrando nell’ anima dove le emozioni si nascondono, neri cieli mi abbattevano con ombre di falsità, colpendo la fiducia finché essa non sanguinasse per sempre, con dubbio, con dolore, con fiducia…”.
Un nuovo gioiello di aggressività questa Flesh and the power it holds, portata avanti da una batteria scatenata e da chitarre che alternano potenza espressiva a virtuosismi di ogni tipo: immediata e spettacolare; qui Chuck racconta della passione vissuta in senso troppo fisico e viscerale, che a volte porta alla distruzione dei rapporti: “…La passione è un veleno dal sapore agrodolce, un delle tante facce che si nascondono nel profondo, ti porterà dentro, ti sputerà fuori, osserva la carne e il potere che ha, tocca, assapora, respira, consumato…”.
Voice of the soul, composta unicamente da chitarra acustica ed elettrica, è senza dubbio una delle migliori tracce strumentali che io abbia mai ascoltato: qui l’anima di Chuck si rivela in tutta la sua pienezza, l’ emotività è portata ai massimi livelli, la chitarra parla la sua lingua, di magica ed intensa melodia, in cui è racchiusa la pura essenza della musica.
To forgive is to suffer lancia un messaggio preciso: “…Perdonare è soffrire, per accettare un altro giorno scegliamo di dar via un altro pezzo di vita…”. Inutile commentare la potenza del pezzo, che si distingue in particolare per i riff ed i virtuosismi tipicamente “death” della chitarra, simili come impatto sull’ ascoltatore a quelli della successiva A moment of clarity, la penultima traccia.
L’ album si chiude con la cover dei Judas Priest Painkiller, in cui la voce di Chuck raggiunge tonalità elevatissime, forse in un certo senso per imitare l’ originale: omaggio agli antenati o semplice rievocazione dell’ heavy più classico? Poco importa, infatti il pezzo è in grande sintonia con il resto dell’album.
“…E quando guardi giù, nel profondo dell’ abisso, anche l’ abisso guarda dentro di te…”: è la frase di Nietzsche riportata in bella vista sul retro di copertina, che mi fa pensare che Chuck avvertisse più di chiunque altro la “fine delle cose”. Forse è per questo motivo che il sound di questo gruppo rimarrà per sempre unico e devastante.
gruppo Death

01-02-2006 - visite: 14520

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