RECENSIONI \ Il rosso e il nero...e il bianco

Il capolavoro elefantesco di The White Stripes

di Clas
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Aprile 2003: esce il nuovo album dei White Stripes, Elephant.
Aprile 2003: sulle copertine di Blow Up, Il Mucchio Selvaggio, Rumore e Rockerilla (solo per citarne alcuni) compaiono i volti e i colori del duo Jack e Meg White.
Come si può rimanere indifferenti di fronte a tutto ciò?
The Strokes, The Music, The Vines, The Hives, The Kills…il rock’n’roll anni ’60 invade prepotentemente la scena musicale da un paio d’anni; in questo mare magnum di The Qualcosa, gli americani (di Detroit, pronipoti di MC5 e Stooges) White Stripes spiccano per svariati motivi. Perché non rivelano il rapporto che li lega oltre a quello musicale (fratello e sorella o ex marito e moglie). Perché hanno creato la loro immagine attorno a tre colori: il rosso per la rabbia e la passione, il bianco per l’innocenza assoluta e il nero per l’assolutezza indiscussa, un contrasto cromatico che salta subito all’occhio, che può considerarsi appartenente alla cultura “pop”. Perché utilizzano solo strumenti del ’63, non perché affezionati ad un modo di essere retrò ma perché secondo Jack quell’anno la tecnologia al servizio dell’uomo ha raggiunto il massimo sviluppo: con l’arrivo del digitale, dei computer, eccetera, la creatività e l’ispirazione hanno trovato la loro tomba, creando una perfezione del tutto innaturale. Perché il loro ultimo colossale capolavoro si chiama Elephant, perché l’elefante è un animale imponente, regale ma allo stesso tempo sensibile e innocente; Elephant è dedicato alla “morte dell’innamorato”, figura romantica in contrasto alla realtà in cui viviamo, governata dal sesso libero e corruttrice delle identità naturali di uomo e donna. Perché hanno registrato questo album agli Toe Rag Studios di Londra, di certo non molto all’avanguardia dal punto di vista tecnologico ma assolutamente perfetti per il suono tra il garage e il blues dei White Stripes. Perché il loro modo di fare musica si basa su tre regole, le tre regole del blues: storytelling, melodia e ritmo. Perché sono solo in due: voce, chitarra con Jack e batteria con Meg. Perché ritengono che la musica sia l’Arte più potente in quanto relazionabile a tutti, una forma d’arte primitiva. Perché credono che il Bello si possa raggiungere solo affidandosi alla semplicità, alla base del blues.
Seven Nation Army è il primo singolo di cui passa già il video su MTV, rigorosamente bianco, rosso e nero e se lo avete già visto ricorderete sicuramente quel riff di finto-basso (è la chitarra di Jack abbassata di un’ottava) che apre il pezzo. La voce stridula rock-punkeggiante (concedetemi il termine) si agita in Black Math per acquietarsi temporaneamente nella cover di Bacharach, I Just Don’t Know What To Do With My Self. Sensuale Meg di In The Cold, Cold Night, dolcemente blues; sbarazzino e giocoso il pezzo che chiude l’album, Well It’s True That We Love One Another, grazie alla complicità di HollyGolightly (ex-Thee Headcoatees). L’assolo di chitarra intensamente ledzeppeliniano di Ball And Biscuit( forse la mia preferita) fa venire la pelle d’oca mentre Girl, You Have No Faith In Medicine porta il marchio potente e rugginoso degli MC5. The White Stripes hanno visto il loro palcoscenico qui in Europa, partendo da Londra, e non negli USA, loro paese d’origine: che dire, teniamoceli stretti!

The White Stripes suoneranno il 2 giugno al Flippout Festival assieme a The Kills, Queen Of The Stoneage e Audioslave!

01-02-2006 - visite: 9570

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