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Phone Booth-In linea con l'assassino
Se riattacchi, muori!
Convince il nuovo film di Joel Schumacher
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CATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Stu Shepard è un Manager di successo, ma forse sarebbe più giusto dire che è un PR che lavora con alcune mezze celebrità. Ogni giorno si reca ad una precisa cabina telefonica, l’ultimo angolo di privacy nelle strade della città. Lo fa per telefonare alla sua amante, un attricetta, senza che la moglie possa trovarne traccia sul cellulare.
Un giorno però, la cabina squilla mentre lui è nelle vicinanze.
Stu, come se si trattasse di un riflesso istintivo, risponde. E si trova minacciato da uno psicopatico che probabilmente lo sta puntando con un fucile di precisione.

Non avevamo molta fiducia in questo “Phone Booth”. Il regista, Joel Schumacher, ha spesso direto film mediocri, spesso caratterizzati da una “morale” invadente, sempre contraddittoria, talvolta insopportabile.
Dobbiamo constatare che anche il suo ultimo thriller tende verso queste caratteristiche, eppure insolitamente questa confusione non ha generato in noi l’insofferenza che avevamo provato vedendo ”Un giorno di ordinaria follia”, “8 mm” e “Il Momento di uccidere”.

Phone Booth dura 80 minuti. Potrebbe non essere la prima cosa che viene in mente, ma è un dato che può essere considerato indice di sicurezza.
Il film si svolge interamente nei dintorni della cabina in cui si trova il protagonista.
Schumacher sembra fidarsi totamente del suo attore (la futura star Colin Farrell) e della sceneggiatura scritta da Larry Cohen.
E bene fa, visto che Farrell, costantemente inquadrato, lo ripaga con un’interpretazione convincente passando molto bene dall’eccessiva sicurezza iniziale ad una sempre più accentuata percezione del pericolo.testo alternativo
Per quanto riguarda la sceneggiatura inoltre, Cohen sembra aver trovato il modo migliore per incanalare al meglio la naturale tendenza all’eccesso del regista. Costretto a restare fermo in una sola location, e a concentrarsi sulla vivacità da conferire ad una scena senza molti movimenti di macchina, Schumacher finisce per utilizzare al meglio una tecnica qui perfettamente funzionale come lo “Split-screen”. Il regista trova inoltre nella trama fornitagli da Cohen un perfetto “tappeto” per il suo solito accumulo visivo e sonoro, visto che Stu parla con chi lo circonda(tra questi l’agente interpretato da Forest Whitaker), con lo psicopatico e con le persone con cui quest’ultimo lo mette in contatto telefonico, continuando comunque a cercare segni del proprio aguzzino nella realtà circostante.

Di norma al cinema negli ultimi tempi, prima delle rivelazioni finali l’assassino psicopatico cerca di differenziarsi in ogni modo dai suoi predecessori. Il Killer di questo film lo fa senza definirsi troppo: resta per la maggior parte del tempo “voce incorporea” piuttosto che “corpo senza volto”.
E solo una delle caratteristiche che rendono questo thriller profondamente contemporaneo.
Si pone infatti come metafora del dibattito sulla privacy posto in luce dalle nuove tecnologie.
Come abbiamo detto la ricerca di una “morale” compare anche in questo ultimo film di Schumacher, eppure in questo caso è talmente ambigua da risultare significativa.
In futuro certe piccole bugie, certi peccatucci quotidiani, rischieranno sempre più di venire scoperti. La mancanza di privacy ci costringerà a comportarci “bene”, a comportarci secondo la morale comune.
Phone Booth rassicura o inquieta lo spettatore? Sarà proprio quest’ultimo a darsi la risposta, mentre guarda se stesso dall’occhio del Killer.

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